BRUNO al Teatro della Cotraddizione
- 28 mar 2018
- Tempo di lettura: 2 min
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Una nuova recensione per BRUNO, visto a Milano al Teatro della Contraddizione (15/18 marzo 2018)
“Il mio ideale è maturare verso l’infanzia”. Questa frase, di Bruno Shulz, è la chiave di volta dello spettacolo Bruno, della compagnia Dimitri/Canessa, andato in scena al teatro della Contraddizione di Milano. Il progetto ha vinto il premio del 22° FIT, Festival Internazionale del Teatro di Lugano.
La giovane Compagnia, sostenuta dagli artisti associati Sosta Palmizi, riesce a mescolare sapientemente tutti i linguaggi che la scena offre: Teatro danza, prosa, performance, installazione. Si potrebbe definire uno spettacolo millimetrico. Nulla è fuori posto, ogni cosa è pesata e misurata. Allo stesso modo il tema delicato e importante che affrontano è maneggiato in modo maturo e rispettoso. Non si pongono l’obiettivo di raccontare una storia, ma di calarti direttamente all’interno della Visione Poetica di Bruno Shulz, mettendo in scena un grande omaggio al suo enorme talento perduto nella foga amara e crudele di un periodo storico segnato dall’odio. Uno scrittore, un poeta e un pittore, che avrebbe potuto entrare nella storia con grandi capolavori che purtroppo non potremo mai apprezzare. Molte sue opere sono infatti state distrutte, come la sua vita, perduta per uno capriccio tra caporali nazisti nel ghetto ebraico nel 1942. “Senza alcun appoggio, senza alcun riconoscimento da parte nostra, quell’uomo straordinario difese la causa persa della poesia”. Citando le stesse parole del poeta scritte per raccontare suo padre in una delle poche raccolte a noi rimaste: Le botteghe color cannella.
I simboli dell’infanzia e dell’età matura si mescolano costantemente in un sogno sospeso nella nebbia. I due attori e danzatori Federico Dimitri ed Elisa Canessa, hanno poco sulla scena: un letto, una tenda, un banco scolastico e qualche microfono. Eppure tutto diventa potente, un universo denso e pieno in continua trasformazione. Come in un sogno lo spettatore si trova davanti molteplici situazioni che vanno a ricostruire l’infanzia e la vita di Bruno Shulz. Scelgono di non utilizzare un racconto lineare. Non danno mai informazioni precise, non spiegano nulla. Cercano piuttosto di farti guardare il mondo dagli occhi del protagonista. L’ironia a volte infantile, la profondità del suo sguardo, il desiderio di vivere e la rassegnazione per non averlo potuto fare fino in fondo.
Federico Dimitri e Elisa Canessa sono molto consapevoli e concreti nel creare immagini e nel saperne fare parte. Le regole del gioco per lo spettatore sono poche ma chiare. Non dicono mai direttamente che cosa accade. Non ne hanno bisogno. Non è un’opera da capire, è un’opera da sentire. Con la quale connettersi come si fa con un quadro, con una scultura o una grande installazione.
Michele Ciardulli per MilanoTeatri



















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