Lo spettacolo trae spunto  dalla vita di Bruno Schulz, dai personaggi che hanno costellato la sua infanzia e dalle suggestioni mitologiche dei suoi scritti e dei suoi disegni.

 

 “IL MIO IDEALE E’ MATURARE VERSO L’INFANZIA”  Bruno Schulz

 

In Schulz, Mito e Infanzia coincidono. Questo è stato per noi elemento portante del progetto. Cio’ che l’opera di Schulz rappresenta non è affatto una mitologia consolidata, storicamente suggellata. Gli elementi di questo idioma mitologico sgorgano da un’oscura regione delle primordiali fantasie infantili, dai timori, dai presentimenti, dalle anticipazioni di quel mattino della vita, che costituisce la vera e propria culla del pensare mitico.

E’ questo il punto fondamentale sul quale si concentra la nostra riflessione artistica.

Il Mito, allora, diventa il modo di riorganizzare in un nuovo racconto le immagini che affiorano e svaniscono continuamente… Come sospeso nel tempo, "prigioniero" nella sua camera d'infanzia, Bruno fruscia leggero, piccolo topo immortale, incidendo memorie in questo luogo che di volta in volta rivive nelle parole, nei gesti, nelle danze che un tempo lo abitarono.

 

Trovare una chiave d’accesso al tempo dell’infanzia, alle memorie di un tempo che resistono sotto le rughe della vita adulta. Ripercorrere quelle azioni piccole ed allo stesso tempo mitiche, oscure e luminose, intestimoniabili come i giochi dei bambini. Perché riaffacciarsi su questo mondo non è un fatto privato, ma qualcosa che riguarda tutti noi. Gli occhi si spalancano sbalorditi, all’inizio pensano di non vedere, ma poi, abituandosi alla poca luce, restano abbagliati nello scorgere i frammenti di dolorosa iniziazione alla vita.

 

"Mi portavo dentro allora il mito di un'epoca geniale, che presumibilmente un tempo faceva parte della mia vita, non localizzata in nessun anno del calendario, sospesa al di sopra della cronologia, un'epoca nella quale tutte le cose respiravano del bagliore di colori divini, si sorbiva tutto il cielo in un respiro, come un sorso di puro oltremare"

 

BRUNO

di e con: Elisa Canessa e Federico Dimitri

disegno luci: Marco Oliani

ass.artistica: Giorgio Rossi

MIGLIOR SPETTACOLO al  22° FIT,

Festival Internazionale di Teatro di Lugano

Nominato da MILANOTEATRI tra i migliori spettacoli della stagione milanese 2017/18

 

 

1/2

“Il mio ideale è maturare verso l’infanzia”. Questa frase, di Bruno Shulz, è la chiave di volta dello spettacolo Bruno, della compagnia Dimitri/Canessa, andato in scena al teatro della Contraddizione di Milano. Il progetto ha vinto il premio del 22° FIT, Festival Internazionale del Teatro di Lugano.

La giovane Compagnia, sostenuta dagli artisti associati Sosta Palmizi, riesce a mescolare sapientemente tutti i linguaggi che la scena offre: Teatro danza, prosa, performance, installazione. Si potrebbe definire uno spettacolo millimetrico. Nulla è fuori posto, ogni cosa è pesata e misurata. Allo stesso modo il tema delicato e importante che affrontano è maneggiato in modo maturo e rispettoso. Non si pongono l’obiettivo di raccontare una storia, ma di calarti direttamente all’interno della Visione Poetica di Bruno Shulz, mettendo in scena un grande omaggio al suo enorme talento perduto nella foga amara e crudele di un periodo storico segnato dall’odio. Uno scrittore, un poeta e un pittore, che avrebbe potuto entrare nella storia con grandi capolavori che purtroppo non potremo mai apprezzare. Molte sue opere sono infatti state distrutte, come la sua vita, perduta per uno capriccio tra caporali nazisti nel ghetto ebraico nel 1942. “Senza alcun appoggio, senza alcun riconoscimento da parte nostra, quell’uomo straordinario difese la causa persa della poesia”. Citando le stesse parole del poeta scritte per raccontare suo padre in una delle poche raccolte a noi rimaste: Le botteghe color cannella.

I simboli dell’infanzia e dell’età matura si mescolano costantemente in un sogno sospeso nella nebbia. I due attori e danzatori Federico Dimitri ed Elisa Canessa, hanno poco sulla scena: un letto, una tenda, un banco scolastico e qualche microfono. Eppure tutto diventa potente, un universo denso e pieno in continua trasformazione. Come in un sogno lo spettatore si trova davanti molteplici situazioni che vanno a ricostruire l’infanzia e la vita di Bruno Shulz. Scelgono di non utilizzare un racconto lineare. Non danno mai informazioni precise, non spiegano nulla. Cercano piuttosto di farti guardare il mondo dagli occhi del protagonista. L’ironia a volte infantile, la profondità del suo sguardo, il desiderio di vivere e la rassegnazione per non averlo potuto fare fino in fondo.

Federico Dimitri e Elisa Canessa sono molto consapevoli e concreti nel creare immagini e nel saperne fare parte. Le regole del gioco per lo spettatore sono poche ma chiare. Non dicono mai direttamente che cosa accade. Non ne hanno bisogno. Non è un’opera da capire, è un’opera da sentire. Con la quale connettersi come si fa con un quadro, con una scultura o una grande installazione."

Michele Ciardulli / MILANOTEATRI

"Costruiti su estetiche analoghe alle atmosfere dei quadri di Chagall e su note d’archi e pianoforti struggenti come “uccelli volteggianti sugli orrori dell’abisso” (ciò che disse Baudelaire di Chopin), i quadri coreutici, volutamente zoppi, del duo si offrono in “Bruno” come fantasmi di passaggio, incubi, memorie e sogni di un onirico bombardato, profugo, esiliato, radiato.

La danza di “Bruno” della compagnia Dimitri/Canessa  evoca l’intimità e la solitudine di questo istinto conservativo salvifico, drammaticamente necessario.

La scena di Dimitri/Canessa è il teatro “cranico” dello scrittore e pittore galiziano d’origini ebraiche Bruno Schulz, vissuto tra il 1892 e il 1942 a Vienna, relegato nel ghetto, ucciso con arma da fuoco da un ufficiale della Gestapo ed infine olto in una fossa comune.

Traduttore di Kafka, autore delle raccolte di racconti “Le botteghe color cannella” e “Il sanatorio all’insegna della clessidra”, quest’ultimo da lui stesso illustrato, amico degli intellettuali polacchi a lui contemporanei (tra cui il Gombrowitz di “Pornografia”), Bruno Shulz è una delle tante vite squarciate dalle volontà imperiali di XIX e XX secolo, austro-ungariche prima, nazifasciste poi.

Attingendo dallo stesso stile narrativo delle sue pubblicazioni e dei suoi dipinti, “opere sotto la cui ombra è cresciuta di fatto tutta la nostra generazione”, come disse Tadeusz Kantor, Federico Dimitri ed Elisa Canessa offrono il movimento dei corpi e la mimica alienata degli sguardi ad una costruzione drammaturgica che restituisce la frammentazione del ricordo e la compresenza ambigua di tenerezza e crudeltà che si realizza nella memoria: un letto attorno al quale correre si trasforma così da rifugio notturno di bambino in metallica branda manicomiale, ed infine in parete patipolare offerta al pubblico ludibrio.

La danza dinoccolata di Dimitri/Canessa mette in scena quelli che lo stesso Schulz definì “i balbettii di delirio mitologico” che emergono dalle nebbie dei retaggi biografici e dal desiderio di “maturare verso l’infanzia, per poterne avere ancora una volta la sua pienezza e la sua immensità”.L’infanzia come mondo incolume ed inconsapevole, dunque, laddove il gesto “grezzo”, lasciato tale anche in “Bruno”, è manifestazione di una libertà che non tarderà ad annaspare contro l’asfissia del presente."

 

Vittoria Lombardi / KLPTEATRO.IT

Produzione:Compagnia DIMITRI/CANESSA

Co-produzione: Associazione Sosta Palmizi.

Con il sostegno di MiBAC-Dipartimento dello Spettacolo e Regione Toscana- Settore Spettacolo e Armunia, Festival Inequilibrio. Progetto sostenuto dalla Divisione della Cultura e degli Studi Universitari, Bellinzona, e dal Fondo Swissloss.cile.