AD ESEMPIO QUESTO CIELO

regia: Elisa Canessa

con: Federico Dimitri e Andrea Noce Noseda

costumi: Joachim Steiner-Oberndörfer 

disegno luci: Marco Oliani

produzione: Compagnia Dimitri/Canessa e Theaterwerkstatt Glais 5 (CH),

con il sostegno di fondazione culturale del Canton Turgovia,

dipartimento culturale città di Frauenfeld e Kulturpool Regio (CH)

Ad esempio questo cielo è uno spettacolo che spinge la ricerca della compagnia Dimitri/Canessa verso un altrove poetico, in una sorta di riconciliazione con quel “mondo contemporaneo” che era stato oggetto di sbeffeggiamento nella precedente produzione: Hallo! I’m Jacket! il gioco del nulla.

 

«La necessità che ci ha mosso è stata quella di ritrovare, all'interno di questo grigio/ovunque, segmenti di luce. Piccole epifanie. Spazi poetici. Chiarito questo, un autore si è riaffacciato con forza alla nostra memoria. Raymond Carver».

 

“Carver si occupa di tutti gli infiniti segmenti che restano fuori e usa la scrittura per avere a che fare direttamente con l'esistenza. Dopo l'ultima pagina dell'ultimo racconto, dopo l'ultima poesia, l'ultimo frammento, quello che resta è una voglia commossa e potente di far parte del mondo, di stare insieme agli altri.” 

 

Carver è un autore che è riuscito a stento ad evitare una morte per alcolismo e che continuava a scrivere con un tumore al cervello e due terzi di un polmone divorati dal cancro. Eppure, consapevole di non avere più molti giorni da vivere, dichiara imbarazzato in un'intervista che ogni sua poesia dovrebbe intitolarsi “Felicità”.

 

“Immagina, che ti resti soltanto un minuto da vivere? Che fai?” 

Chiede l’attore. Non molti saprebbero rispondere a questa domanda. Soprattutto perché mentre ci stai pensando il minuto è ormai passato. Raymond Carver, sulle cui parole poetiche è costruito lo spettacolo, sapeva cosa fare. L'ultimo periodo della sua vita è una frenetica corsa alla registrazione, alla conservazione. Egli lavora incessantemente alla stesura del volume che raccoglierà tutte le poesie di una vita. 

 

«Vorrei avere ancora un po’ di tempo. Non cinque anni, e nemmeno tre, non potrei sperare così tanto — ma se avessi anche solo un anno. Se sapessi di avere un anno». Da questo nucleo e dalla domanda iniziale prende spunto Ad esempio questo cielo. Sulla scena due attori. Due aste con microfoni ai lati, una in proscenio a destra, e uno verso il fondale, dal lato opposto a sinistra. Al centro una piattaforma girevole. Due uomini in scena a dare vita alle parole di Carver rendendo manifesto il suo canto all’esistenza, al mondo, all’umano.

È una corsa e un inseguirsi intorno a questo nucleo tematico rappresentato dalla piattaforma, dal suo turbinare come ruota intorno al perno. E la forza centrifuga è tutto ciò che ci strappa con forza dalla vita.

 

Lo schema compositivo  lancia simbolicamente la parola dentro la scatola/teatro con i due attori come “belve affamate”, a vedere cosa rimane all’osso dell’ispirazione. È una metafora che, a un certo punto, prende proprio corpo anche nello spettacolo, in un riverbero di parole che viene continuamente consacrato e dissacrato, elevato a rango lirico e poi ridotto a brandelli.

 

Le parole sembrano sgorgare alla bell’e meglio, come qualcosa di pescato a fatica dal torrente. Eppure sono puntuali nella ricostruzione del momento. E' un flusso inesauribile di parole, immagini, dettagli, che si stratificano aprendo inaspettati spazi di libertà.

Spazi di creazione.

L’autoironia riscatta continuamente la morte.

E' una vita quella che ci scorre davanti.

Una vita freneticamente vissuta nell'infaticabile e inesauribile ricerca della poesia.

Una poesia semplice, umana. Capace di parlare e comunicare. Legata a doppio filo con la concretezza dell'esistenza. E che porta verso queste ultime, limpide, parole:

 

Hai avuto tutto quello che volevi, dalla vita, nonostante tutto? Si.
E cosa volevi?
Potermi dire amato. Sentirmi amato sulla terra.

(R. Carver, Ultimo Frammento)

Io sono fatto d'acqua

voi non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non esca fuori. il problema, è che non soltanto devo andare in giro cercando di non essere assorbito dal terreno. devo anche guadagnarci da vivere.

metto frutto tutto ciò che mi circonda.

Questo cielo, ad esempio:

chiuso, grigio,

ma ha finito di nevicare

ed è già qualcosa. Ho

così freddo che non riesco a

piegare le dita.

che ci faccio io qui, solo e pieno di rimorsi?

continuo a mangiare come niente dalle ciotola di lamponi.

se fossi morto, non li mangerei.

non è così semplice...

anzi no, è semplicissimo.

DICONO DELLO SPETTACOLO PRESENTATO IN FORMA DI STUDIO:

Se uno si immagina le poesie di Carver dette con voce cavernosa e cappellino alla Tom Waits, non sta rendendo giustizia alla poesia di Carver, che sebbene come nei racconti tagli pezzi di vita, qui comunica qualcosa di ancor più diretto e lancinante, e ti accorgi così che momenti di pura contemplazione possono sorgere anche a partire dalle minuzie più prosaiche della quotidianità, qualcosa di talmente asciutto nella sua tagliente nettezza da incidere la pagina, aprendo una ferita che lascia intravedere altri bui o altre luci. Insomma leggi o senti la poesia di Carver e ti accorgi che pur mentre descrive quella minuzia quello stato d'animo quella cabina del telefono quel bicchiere quelle mani sta puntando lo sguardo da un'altra parte. Dire che si sente nostalgia di Dio in questa poesia è dire troppo? Eppure l'"Ultimo Frammento" intona: "Hai avuto tutto quello che volevi, dalla vita, nonostante tutto? Si. E cosa volevi? Potermi dire amato. Sentirmi amato sulla terra". Un po' come il Knulp di Hesse che muore nella neve mentre Dio gli parla e lui, a qualcosa che suona come la stessa domanda del frammento, risponde che alla fine "tutto è come deve essere", nonostante la malattia, il fallimento, la morte. Niente voci arrochite, niente compiacimenti tardo beatnik, nello spettacolo di Dimitri-Canessa tutto è asciutto e lirico, circense ed affilato, esilirante e disperato. L'eroe tragico cade, il clown rimbalza. E qui è un continuo cadere e rimbalzare. Mai i due si fanno inglobare del tutto dalla rete coinvolgente dei testi, li tengono in equilibrio tra pensosità e sbeffeggiamenti reciproci. Nondimeno raggiungono apici lirici dove la metrica del gesto è totalmente limpida e semplice – una sprezzatura che nasconde grande tecnica; e tutto si fa povera e palpitante immagine teatrale con un niente, un versare acqua sui polsi dell'altro e trovare in quel gesto e nel successivo farsi coppa delle mani una possibilità moltiplicatrice di senso: lavacro, lacrime, disarmo delle vene, urna dove raccogliere dolore e vizio; e subito dopo una fracassante risata manda tutto all'aria, distruggendo la tela delicatissima di un momento che all'altro dei due d'improvviso (e così anche a noi) appare ridicolmente retorico (le mani a coppa, le lacrime: e giù a ridere). Se fino a quel momento quei due li avevi ammirati per averti portato a quel culmine di lirica sottrazione, ora l'ammirazione cresce per la loro capacità di prendersi gioco di quello stesso lirismo. E così in questo costruire delicati momenti di poesia e subito dopo sfranarli nella risata, in una risata che è sì gioco ma anche segnale di una tensione verso un fatto teatrale e poetico che sia sempre più autentico, sta il segreto di "Ad esempio questo cielo". In un passo a due che è quasi un'alternanza di "apoteosi e derisione" declinata sulla pista di un circo dolente. E come la pista di un circo una pedana circolare rotante accoglie le peripezie clownesche e disperate dei due performer e li proietta nell'andamento cinetico della giostra, dell'ultimo giro di giostra in fondo, se la domanda da cui parte lo spettacolo è: "Immagina che ti resti soltanto un minuto da vivere? Che fai?" L'azione subito ci trasporta nel gioioso e penoso ipnotismo della girandola; è la trovata che regge e moltiplica i punti di vista dello spettatore come sottoponendolo alla vertigine del viaggio e della velocità, ma è meccanismo illusorio. Fin dall'avvio del lavoro, uno alla volta o insieme, Andrea Noce Noseda e Federico Dimitri salgono sulla pedana ruotando sempre più veloci, camminando uno incontro all'altro o trovando il modo di starci sopra fermi, camminando in senso inverso così da dare un'illusione di staticità nel tumulto del movimento. Cos'è la vita in fondo se non questo? Quelli che sembrano punti fermi sempre sono sottoposti al movimento circolare delle cose, la danza del cosmo entra nella vita di ciascuno, sta a noi lasciarci trasportare o affannarci per strappare al caos un'illusione di stabilità. E' una ruota dell'impermanenza questa sulla quale i due personaggi danzano discutono si accapigliano, danno fondo al bicchiere dell'ultima poesia brandendo, come un cavaliere l'asta, il tubicino della sigaretta o lo scudo della bottiglia. Notevole è la capacità di farci entrare nella poesia di Carver senza che si vedano le suture del lavoro di montaggio tra un testo e l'altro e senza che mai la situazione nella quale i due sono calati diventi pretestuosa. Sono due personaggi affetti da una complicità di vecchia data che si attaccano con crudeltà e dolcezza, passandosi di bocca in bocca i testi, nell'evocazione di un mondo di fantasmi: quando per esempio Federico Dimitri indossa un lungo e morbido vestito e si lancia in una danza di liberazione come in uno slancio verso un altro spazio o il tragicomico albero di Natale o la casetta-dolce-casetta posata infine sulla pedana, correlativi oggettivi di una sicurezza che va in pezzi. Siamo tutti sottoposti alla necessità di questo movimento, paiono dire i due, che mentre ci dà l'illusone della varietà ci costringe ciecamente al palo di un'asse di rotazione, inizio e fine d'ogni vicissitudine... Mentre i secondi passano e la vita scorre ed è finita e il Carver malato si aggrappa alle cose: "L'ultimo periodo della sua vita è una frenetica corsa alla registrazione, alla conservazione. Egli lavora incessantemente alla stesura del volume che raccoglierà tutte le poesie di una vita". Spettacolo di commovente intensità che lascia intuire ulteriori sviluppi, se soltanto alla terza replica milanese e in anteprima riesce a presentarsi con così compatta levità e già lampeggiante poesia.

FRANCO ACQUAVIVA / SIPARIO.IT

"La potenza del testo e l’abilità recitativa di Dimitri e Noseda si esplicano proprio nella capacità di coinvolgere emotivamente il pubblico, toccando le corde scoperte dell’animo umano – la paura di morire e di vivere, le nevrosi, il timore di essere inadeguati di fronte alle piccole o grandi difficoltà – e conducendo lo spettatore ad intraprendere la medesima ricerca e ad affrontare lo stesso sforzo creativo. È, infatti, impossibile non rimanere contagiati da quella stessa stringente necessità di raccontare storie, reali o meno, di parlare di sé e del mondo circostante, di acquisire una maggiore conoscenza della realtà grazie alla narrazione di nuove esperienze: la morte del cane della propria figlia, un amore tragico ed autodistruttivo, un dialogo commovente con il proprio padre, il rapporto morboso con una madre assillante. Tanti frammenti di (forse) ipotetiche esistenze, distanti e differenti, si uniscono a formare un mosaico polimorfo e disorientante, ultimo tentativo disperato di godere pienamente della vita in tutte le sue sfaccettature: momenti di grande intensità emotiva si accompagnano, allora, a situazioni comiche e grottesche, replicando l’imprevedibile mutevolezza della esistenza, che può rivelrsi oscura o luminosa nella più diverse situazioni.

Sulla piattaforma roteante, allestita al centro del palco, attorno a cui gli attori si rincorrono freneticamente e vorticosamente, si staglia il turbinio della vita umana e della creazione poetica, alla continua ricerca del vero, mai soddisfatta del risultato, sempre onanicamente rivolta su se stessa, incessantemente in movimento. E cosa c’è, infine, al termine del giro, una volta trascorso il fatidico minuto, in cui si sono concentrate intere parabole di esistenze? La morte, certo, ma non solo. In fondo, dopo i fiumi di parole, il dolore, la sofferenza e le passioni, resta la certezza di avere lasciato qualcosa di sé, “potermi ire amato, sentirmi amato sulla terra”.

MILANOTEATRI / ANGELICA ORSI

 

“Federico Dimitri e Noce Noseda riempiono questo palcoscenico, interpretando le poesie di Carver con una meravigliosa intensità e potenza, che ti fa viaggiare e cercare inevitabilmente dei paralleli nella tua vita. E' uno specchio che ti tiene testa, che mostra tutti gli aspetti dell'esistenza.

E' difficile sfuggire alla presenza dei due artisti, non lasciarsi afferrare dagli stati d'animo in continua evoluzione. Il pubblico della prima, per lo più giovane, è totalmente coinvolto negli alti e bassi degli umori e accompagna il gioco alternando risate allegre ad un silenzio teso o riflessivo. Ed effettivamente, alla fine si può vedere ciò che è stato annunciato all'inizio: la performance è stata - una poesia!"

TAGEBLETT.CH

 

"Lo scenario è a volte molto americano alla maniera di Carver, la solitudine in mezzo alla gente, come con Edward Hopper. Ma a volte anche molto europeo, come in Estragon e Vladimir di Beckett in "Waiting for Godot", quando sembra che due i due abbiano perso la loro strada nella vita [...]

Uno spettacolo toccante. Minimalista e ambiguo. Bizzarro, clownesco, metafisico. Una metafora per tutti noi. 

Il pubblico ha applaudito molto l’anteprima di AD ESEMPIO QUESTO CIELO. Giustamente”.

THURGAUCULTUR.CH

Ad esempio questo cielo è una sorta di mosaico fatto di piccole tessere poetiche, di azioni, di oggetti, che ricostruiscono un disegno possibile, uno dei tanti, un affresco che avrebbe potuto benissimo essere diverso se il caso avesse spostato l’ordine degli addendi. Le parole non determinano l’azione e quest’ultima non le descrive. È un congegno scenico dove parole e azione si moltiplicano vicendevolmente, si propagano e diramano il senso che si sprigiona dal loro contatto. Non vi è nulla di didascalico, piuttosto l’affermazione della potenza del linguaggio scenico quando non è suddito della parola.

ENRICOPASTORE.COM

 

 

Lo spettacolo è fisicamente molto agito, fin da subito, giovandosi di una presenza al centro della scena ineludibile, una pedana rotante che sviluppa e amplifica il gioco di relazione fra i due protagonisti, creando di volta in volta altri mondi, fra rappresentazione, sistema di relazione e intreccio delle dinamiche di senso fra i due. Spesso si tratta di vere e proprie gag che nascono dalla poesia stessa di Carver nella sua riproduzione teatrale e dai diversi codici stilistici, dalle diverse cifre attorali dei due attori, l’uno più tradizionale, l’altro vocato a un codice performativo della corporeità scenica. Lo scontro fra i due codici e le scintille provocate in questo attrito dalla parola di Carver, arrivano di volta in volta a creare, dramma, ironia, finzione, disvelamento.

RENZO FRANCABANDERA